Il Veneto Moderno
Dal 1798 ai giorni nostri
Dal 1798 al 1866 le vicende politiche sono in primo piano nella storia della
Regione. Dopo aver subito la dominazione austriaca, il Veneto, nel nuovo Regno
d'Italia
assume subito la caratteristica di oppositore ai governi centralisti. Declina
parallelamente il ruolo metropolitano di Venezia, solo in parte compensato dalla
crescita di Verona e Padova, a poli commerciali e culturali.
Regione sovrappopolata a economia prevalentemente agricola, il Veneto soffre un
ritardo crescente nei confronti del resto dell'Italia settentrionale: nel 1861
il 72% della popolazione è impiegata nell'agricoltura. La Prima
Guerra Mondiale,
porta poi al Veneto solo danni, mentre favorisce ancora di più l'emergere
dell'industria lombarda e piemontese. Se il periodo tra le due guerre mondiali
vede innescarsi un processo più incisivo di trasformazione della società
veneta in senso industriale-urbano, la seconda guerra mondiale colpisce
un'economia dinamica e in trasformazione da dalle fondamenta ancora fragili.
Negli anni '50 il Veneto inizia la meccanizzazione dell'agricoltura, prosegue la
crescita industriale, avviata negli anni '20 soprattutto nell'area di Porto
Marghera, ma le nuove opportunità di occupazione sono insufficienti ad
assorbire l'esodo dalle campagne, che alimenta massicci
flussi migratori
verso Milano e l'Europa occidentale. Così, nel decennio 1951-61, nonostante il
forte incremento naturale la popolazione regionale diminuisce.
Tra il 1955 e il 1965 si ha il decollo dell'economia veneta,
la cui crescita si fonda su una gamma diversificata di attività (grande
industria accentrata, piccola industria diffusa, agricoltura moderna, turismo).
Il bilancio demografico enfatizza il raggiungimento di un nuovo equilibrio fra
popolazione e attività economiche: dopo una perdita di 70.000 abitanti negli
anni '50, nel decennio successivo si registra un incremento di 300.000 abitanti.
Negli anni '70 e '80 si consolida il processo di sviluppo economico trainato
dall'esportazione di prodotti industriali e di servizi turistici. Gli occupati
in agricoltura, che erano già scesi al 30% nel 1961 si riducono al 7%; mentre
l'occupazione industriale si stabilizza su un livello elevato (40%), mentre
tutti i nuovi posti di lavoro sono ormai forniti dal settore terziario (53%).
Con il 7,5% della popolazione italiana, il Veneto realizza il 9% della
produzione agricola, l'8% di quella industriale, e il 13% dei ricavi del
turismo. È forte poi il grado di apertura della regione ai flussi economici
internazionali: 12% delle esportazioni italiane, 21% degli introiti del turismo
straniero.
Nonostante però il Veneto sia alla ribalta in campo economico,
mantenendo livelli superiori alla media italiana, numerosi sono anche i problemi
che affliggono la regione. Il tasso di natalità (8 nati ogni 1.000 abitanti) è
uno dei più bassi del mondo. Il largo uso di prodotti chimici in agricoltura,
lo smaltimento dei rifiuti e l'inquinamento dei corsi d'acqua, determinano
conseguenze pericolose per l'alto Adriatico. La crisi economica del 1991-93 ha
aggravato i problemi della disoccupazione, trasformando la zona di Marghera in
epicentro del fenomeno della deindustrializzazione. La scolarità è bassa (a 15
anni si lascia la scuola). Infine il policentrismo è sì una risorsa, ma anche
un elemento di debolezza: la competizione fra Verona, Padova e Venezia riduce a
mera chimera la "città-regione".